Per rispondere a questa semplicissima domanda non posso fare altro che fare esperienze, vivere.
Ecco il senso del … vivere, conoscere sé stessi.
Punto.

Tutto nella nostra quotidianità, proprio tutto, è incentrato sul commento di quello che accade.
Se “commento” è un termine troppo “ordinario” per definire l’azione principale che esercitiamo da mane a sera, usiamone un altro.
Di certo più comprensibile, ma più fastidioso: giudizio.
Tutti noi non facciamo altro che giudicare … tutto, ma proprio tutto quello che chiunque altro, (noi stessi compresi), fa.
Giusto-sbagliato, bello-brutto, piacevole-odioso.
Anzi, non attendiamo nemmeno di vedere, alla fine della storia, chi poi abbia ragione o meno; trasformiamo il giudizio in “pre-giudizio”.
Quindi falsando totalmente la conoscenza, la consapevolezza che possa derivare proprio dal “fare esperienza”.
Infatti “viviamo” non di novità, di cambiamento, di flessibilità, di espansione, di apprendimento, di insegnamento.
Ma sempre ed esclusivamente di quello che noi “pensiamo” che debbano essere le cose.
Siamo costantemente impegnati a preservare quello che consideriamo come “io sono questo”, ed il suo territorio.
Così rimaniamo chiusi nella visione di noi stessi, che appartiene solo alle memorie del nostro passato, estese a tutto.
Le radici
Criticismo, sarcasmo, giudizio, emarginazione, denigrazione, ostilità, intolleranza, odio, gelosia, invidia, aggressività, impulsi violenti, ruberia, falsità, rapporti ambigui ed equivoci, diffamazione.
Queste sono radici comuni di ogni persona che basi il proprio vivere sulla difesa di quello che gli è stato insegnato di dover fare per … sopravvivere nella giungla della vita stessa.
Non è una guerra, infatti, ogni giorno, lottare per la propria “sopravvivenza”?
Essere i primi, i migliori, i più svelti, i più ricchi, i più belli, altrimenti sei nessuno.
Sulla base di questi parametri tu ti “definisci”, decidi chi vuoi essere e ti comporti di conseguenza, aggredendo ogni nuovo giorno, nella necessità di mantenerti all’altezza della tua idea di te.
Sei quindi un risvegliato, hai piena consapevolezza di te stesso.
Ma ti scappano le ricadute del tuo manifestarti in questo modo sul resto dell’ambiente che frequenti.
Sei centrato su quello che vuoi, che senti, che pensi, che ti serve, talmente tanto da non considerare affatto quello che necessita agli altri.
Che è esattamente quello che vuoi tu, e che pretendono anch’essi che sia tu a dare loro.
Forse è il caso di “risvegliarsi” veramente e di abbandonare il manifesto auto referenziato di noi stessi.
Quello pubblicitario che affiggiamo alle nostre giornate, per mostrare l’immagine migliore di noi allo scopo di acquisire più “clienti”.
E iniziare il lavoro vero, assumere la responsabilità di individuare e uscire da quello che NON vogliamo essere.
Percorso che ci porta ad avere sempre più a che fare proprio con il caos, la confusione, l’indecisione, l’imperfezione che regna dentro di noi.
Da identificare attraverso l’accettazione degli eventi, di tutti gli eventi che accadono, nessuno escluso.
Definendo in tal modo non il ricordo di noi, ma il PRESENTE, che siamo chiamati a gestire ogni volta con una Coscienza sempre più consapevole di Sé.
E del Tutto che contribuiamo a creare, costantemente, nel presente.
Che è la Coscienza Divina manifestata attraverso di noi.
“Attraverso le singole esperienze delle particelle indivisibili di Coscienza che compongono il Sé Totale, (cioè noi), quest’ultimo potrà acquisire l’esperienza attraverso cui definirsi totalmente”, e rispondere alla nostra domanda iniziale.
IO … so che sono … ma chi sono?
E in questo modo anche la singola particella … ha Coscienza di sè … nel Tutto.
