Che significa?

Questa espressione oggi va per la maggiore, almeno in certi ambienti, e questo è un bene.
Testimonia il crescente interesse verso l’attenzione da porre ai propri comportamenti e modi di essere, piuttosto che sul giudizio verso l’esterno.
Ma questo solo se coniugato ad una visione positiva di tale lavoro.
Essendo tutti espressione del mondo della polarità, l’aspetto deteriore di questo motto sarebbe un estremo egoismo.
Una visione del mondo esclusivamente egocentrica, che pone il nostro essere al centro dell’isola felice della quale siamo padroni assoluti ed indiscussi.
Dove tutto ruota intorno a noi ed alla necessità che ogni nostro desiderio, passione, o capriccio siano esauditi immediatamente e ad ogni costo.
Questo modo di essere è quello che ha creato questo “mondo del tg”, entro il quale tutto è allarme e soppressione, paura e vincoli, specchietto per allodole e ricatto, emergenza e commercio.
Ecco che lavorare su di sé acquista il tono della fatica, simile a quella che si sopporta ogni giorno per poter contare sul denaro necessario per … “vivere”.
Altro concetto interessante: vivere.
I modi di vivere sono talmente tanti che diventa impossibile definirne uno migliore di un altro, o anche solo generalizzare.
Normalmente si semplifica il pensiero parificando il modo di vivere al possesso di questo oggetto o di quell’abitazione, di questa posizione sociale o di quel conto in banca.
Troppo facilmente ci si butta alle spalle, quasi sopprimendolo, dimenticandolo, il costo del mantenimento di tale status … psichico, cioè il “come si sta”, nel frattempo.
Nasciamo al mondo nudi e nudi torniamo all’oblio, frase fatta che si legge dappertutto, ma proprio come motto solo scaramantico, che esaurisce la sua utilità nello stesso pronunciarla.
E poi nel dimenticarsene immediatamente dopo, per continuare la “via solita”.
Ecco che in tal modo si perde l’attimo fatale, l’occasione, il vero senso del “lavoro su di sé”.
Fare fronte a quello che di noi non conosciamo, non riconosciamo, e quando lo intravediamo, lo rifiutiamo come estraneo a noi.
A parte poi il combatterlo in ogni altro nostro alter ego karmico esterno: il familiare che ci contraddice, il vicino che scoccia, il parente che chiede soldi, lo sconosciuto da evitare, il diverso da giudicare.
Anche il solito “grillo parlante”, che sottolinea quello che non vogliamo vedere di noi stessi, che ci riporta al dover “lavorare su sé stessi“, nonostante noi già ci si lavori… ma a modo nostro, molto dolcemente.
Troppo dolcemente, in questo contesto quantico dove la frequenza base del “lavoro” è raddoppiata, triplicata, decuplicata.
Ogni testo, scuola, meditazione, pratica finora usate per “comprendere”, ormai è vetusta, perché non è più possibile conoscere, e basta.
E’ finito il tempo del sapere, del libro letto, studiato, riletto, ma poi sempre chiuso e rimesso sullo scaffale, … e dimenticato.
Esperienza
È necessario ora più che mai “fare esperienza” sulla propria pelle, cercare quello che di noi non sappiamo, non conosciamo, non crediamo o non vogliamo come … nostro.
Utilizzare lo specchio della vita per incrociare al nostro esterno quello che siamo noi, ma nella veste di altre persone, e poi scadere nel giudizio, nella sentenza, e volgere lo sguardo ad altro, non funziona più.

Adesso ognuno di noi ha a che fare solo con sé stesso, e questo sul piano fisico, energetico, emotivo mentale e spirituale.
Perché l’ambiente quantico nel quale ora viviamo è diverso, richiede una materia, una energia ed una frequenza maggiorate, e il cambio di vettori di emanazione.
Tradotto, non ci è più consentito il “vivere normale”.
Perché il vivere normale finora è stato identificato con il vivere immobilizzati nella nostra singola, personalissima, inviolabile, zona di comfort.

Sul piano fisico tutti gli oggetti simbolo del nostro benessere, a cui non si può rinunciare.
Sul piano energetico, la necessità di correre a destra e a sinistra per il solo doverci essere, perché così fan tutti.
Sul piano emotivo, il cancellare obbligatoriamente ogni sensazione di fastidio o depressione o nostalgia o compassione o altre debolezze, troppo umane e troppo fastidiose.
Sul piano mentale il doverci confrontare con il “diverso dal nostro pensiero”, dalla “nostra” visione di come le cose devono essere, e chiuderci nell’uguale a noi, a tutti i costi, per sicurezza.
Sul piano spirituale …. qui è più difficile e più semplice allo stesso tempo.
Lo spirituale
Cosa sia una visione spirituale del vivere, è l’argomento di una vita, o meglio proprio dell’essere incarnati, intromessi in un mondo materiale, cristallizzato.
Come la vedo io, essere qui, come essere da altre parti, o pianeti, o dimensioni non cambia nulla rispetto al Centro dal quale ogni cosa si diparte.
Un ente olografico, entro il quale tutto è contenuto, è appunto il Tutto a nostra disposizione, totale disposizione, con il quale confrontarci, per comprende chi siamo e ricordarci del Centro.
Punto.
La nostra Coscienza del presente, la Coscienza di un ente vivente, quale potrebbe essere un essere umano, un animale, un cristallo, un pianeta, una galassia, uno dei tanti universi, è un Tutto già adesso, ora.
Nei meandri del nostro spettro energetico invisibile è annidata la conoscenza che ricorda il big bang cosmico, se mai sia esistito, ma anche tutto il “tempo”, la “consapevolezza” dei tempi precedenti tale momento di manifestazione.
Conoscenza infinita, difficilmente contenibile nel campo energetico di un essere umano di adesso, il quale appunto sta lavorando per aumentare, espandere la sua possibilità di ricordarsi del sé… reale.
Cioè un tutt’UNO con il Pensiero Originario Creatore.
Quindi l’unico punto di riferimento, l’unica guida concreta, la sola chiave di lettura, il vero senso della vita di ognuno di noi è solo l’esperire direttamente chi noi si sia … rispetto a tutto il resto che ci circonda.
In ogni singolo Punto di Coscienza di Vita, che sia un cristallo, un fiore, un animale un essere umano, un suo organo fisico, un pianeta, una galassia, un cosmo, echeggerà sempre nel suo interiore una sola domanda: io, chi sono?
E da qui il senso del vivere, coniugato secondo ogni singola mente umana, che giudica, confronta, rifiuta o accetta … sé stessa paragonata al resto.
Il “lavoro” consiste solo nel paragonare il proprio stato interiore non a quello che deriva dall’esterno, o come è l’esterno, o quello che non si ha rispetto all’esterno.
Questo è solo palestra, prova, campanello di allarme, richiamo a maggiore attenzione a quello “che siamo”, “a come stiamo”, a “come facciamo stare”, in questa o quella situazione.
Ad una analisi acuta delle vicende della vita, si è visto tutto e di più, si attraversano esperienze inimmaginabili in sofferenza e gioie e quant’altro, ma tutto passa, tutto si supera.
Resta sempre alla fine “l’io sono” e la percezione, il giudizio, l’accettazione o il rifiuto di quello che ognuno di noi considera questo “Io sono”.
In definitiva siamo sempre e solo noi stessi in gara con noi stessi.
Alla fine ne resterà solo uno, quel “siamo tutti uno” che viene sminuzzato in infinite particelle viventi della visione di ognuno di noi del Tutto, che siamo sempre noi.
Complicato? Detto così, si.
Tradotto?
Quando pensi a te stesso pensa un attimo anche alla ricaduta delle tue azioni su questo Tutto, (se vuoi chiamalo Universo, Uno, Dio, ecc ecc.) del quale tu non solo fai parte, ma lo costruisci proprio come è adesso, con quello che sei e che fai.
Morale, il vivere non è godere, non è cercare l’oasi felice di calma e tranquillità, il vivere normale, il tran-tran sicuro e continuo, uguale a sé stesso.
Non esisterà mai un paradiso immobile uguale a sè stesso all’infinito, sarebbe il buio totale dato dall’assenza di ogni tensione energetica o desiderio di … altro.
Sarebbe equilibrio statico, invariato, inamovibile, morto, fine a sè stesso, sterile, non-vita, non manifestato: un piano dimensionale fuori dal Tempo e dallo Spazio che non appartiene al nostro livello energetico.
Un concetto astratto, mentale puro, un Essere senza essere, un principio, una Essenza, non una forza creativa in movimento, solo potenziale.
Mentre la Vita che conosciamo noi è anche, a volte, parossistica nel proprio intento di espansione continua e frenetico cambiamento.
Con l’energia di oggi, poi, tutti si vive come sui carboni ardenti, proprio per smuovere, creare nuovi ritmi, nuove imprese, distruggere muri e difese, dare ulteriore Vita.
In questi termini quindi…
Vivere è sempre e solo un misurarsi con sé stessi, e fare l’esperienza dei propri infiniti modi di agire in questo Tutto, che risuona e risponde in egual misura.
Questo è lavorare su di sé, decostruire una immagine, una storia, un credo, la propria immagine, quella vera, senza gli abbellimenti e le tinte rosa, con coraggio, accettazione ed umiltà.

E poi ricostruire il nuovo, senza gettare via nulla, anzi amando e riassorbendo in sé anche le parti cosiddette “buie”.
Gli archetipi, i mattoni sono e saranno sempre gli stessi, ma ricombinati in modo nuovo, su vettori ribaltati:
dal servizio verso sé stessi e i propri comodi e piaceri, al servizio verso il Centro del Tutto, anche se parcellizzato in qualche miliardo di anime viventi.
Perché quel Centro è a disposizione e al servizio di Tutti, ma di nessuno in particolare.
Tu hai il coraggio di accettare la “normalità” del tuo “Io sono”?
Il lavoro su di sé è anche questo.
